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In questi giorni potete trovare al cinema The Northman (qui il trailer), l’ultima opera di Robert Eggers, regista di The Vvitch e The Lighthouse. La vicenda narrata è una libera interpretazione della vicenda di Amleto, presente nelle Gesta Danorum di Saxo Grammaticus e resa famosa poi dall’opera di William Shakespeare. Avendo apprezzato molto il film che lo precede, con un Pattinson e un Dafoe in stato di grazia, sono andato a vederlo con la speranza di trovarmi di fronte, se non un capolavoro dichiarato, almeno un’opera ben confezionata. Purtroppo, a fine proiezione non posso dire che sia stato così.

Cosa funziona nel film

Fotografia e regia

Ovviamente, ci sono aspetti del film che non sono affatto deludenti, anzi. In primis la regia in sé e fotografia, sempre ad un livello magistrale, con delle ambientazioni e delle scene in notturna capaci di lasciare estasiati per la loro resa. L’islanda che fa da cornice alla gran parte del film è uno spettacolo per gli occhi e ogni scena è costruita in maniera magistrale. Qualche piccolo dubbio mi è rimasto per le scene più concitate, in cui la mia impressione è stata quella di una leggera semplificazione, ma si tratta del classico pelo nell’uovo che non ha importanza sul giudizio in sé.

Cast

Un altro punto di forza è ovviamente il cast, tra cui spiccano Nicole Kidman, Anya Taylor-Joy, Ethan Hawke, Willem Dafoe. Grandi nomi, anche qui all’altezza della loro fama (per quanto non tutti siano stati graziati da un buon minutaggio di girato). Nulla da dire sulle prove attoriali, ogni personaggio è reso al meglio, anche nei momenti più “esagerati” della storia.

Dettaglio

Dulcis in fundo, il livello di dettaglio riguardo la storia e la mitologia che fanno da sfondo alla vicenda è impagabile. Eggers cura maniacalmente questo aspetto nel corso di tutta la narrazione, che pure è pregna di mitologia, in alcuni momenti anche in maniera esagerata.

Gli aspetti negativi

Il filo del destino

Qui si apre la sezione di ciò che non rende il film un buon film. La mitologia, in questo, ha un grande ruolo. Sebbene sia trattata con il massimo rispetto e dettaglio, è così presente nella vicenda da prenderne, fin da subito, le redini. Tutto ciò che accade è a questo punto guidato dagli dei più che dalla logica e, a livello di sceneggiatura, ciò si traduce in una pletora di piccoli deus ex machina che di fatto pilotano la narrazione verso un finale annunciato ma largamente evitabile. Si potrà obiettare che il tema del filo del destino è alla base della narrazione stessa, ma il vero problema è la platealità di questo filo che, invece di restare nascosto, è sempre ben visibile e trascina con sé gli eventi a schermo, in maniere a volte totalmente ingiuste o ingiustificate.

La storia si sviluppa quindi in diversi atti/scene, spesso innescati da un elemento magico-religioso attorno al quale si muove poi tutto il resto. Momenti spesso introdotti da streghe/sciamani con una caratterizzazione minima, inseriti nella narrazione un po’ come personaggi tinca, il cui unico scopo è quello di presentare l’ennesima svolta narrativa. Un trucchetto estremamente riconoscibile e ingenuo, che smorza molto il senso di ineluttabilità del tutto, facendo pensare più alla coercizione.

Una natura ibrida

Un’altra caratteristica particolare dell’opera è il suo essere un ibrido di cinema-teatro. Sia la scelta di dividere, anche a schermo, la narrazione in diversi “atti”, introdotti dall’alfabeto runico, sia alcune scene in cui determinati dialoghi o soliloqui rimandano alla controparte teatrale per come sono costruiti/resi, fanno sì che lo spettatore senta la natura mista della narrazione. Questo non è a priori un difetto, quanto più un esperimento interessante, ma lo diventa quando unito ad una sceneggiatura come quella di cui sopra. Ne risultano scene in molti casi solo debolmente legate tra loro, con stacchi temporali che vanno da giorni ad anni, in cui questioni come la sopravvivenza materiale in un ambiente ostile, la capacità di non farsi riconoscere o anche il conflitto interiore del personaggio protagonista vengono totalmente ignorati e si assumono risolti in un qualche non meglio specificato modo.

La CGI

L’ultimo aspetto che non convince nel film, ma personalmente potrebbe essere il difetto minore, è la resa non sempre all’altezza della CGI. Questa viene utilizzata spesso nel film, ma risulta molto riconoscibile e in alcune occasioni anche poco funzionale, in quanto la narrazione potrebbe farne a meno.

Giudizio finale

The Northman è un film decisamente non all’altezza del suo regista, che si è dimostrato in grado di fare ben di meglio. La sceneggiatura è il suo difetto peggiore, con momenti da colossal americano dichiarato che stonano moltissimo con quello a cui Eggers ci ha abituati. L’impressione – e, in tutta onestà, anche la speranza – è che quest’opera sia nata da una serie di compromessi, forse per una ricerca di fondi da destinare ad un altro progetto più autoriale. Così come si presenta, il film pecca terribilmente nel raccontarsi ma è comunque tenuto in piedi da un cast, una fotografia e dei movimenti di macchina che, questi sì, sono di livello e degni di Eggers.

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