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Il cinema è narrazione e spettacolo. Quando si guarda un film, si assiste ad uno spettacolo, ambientato in un luogo ed in un tempo in cui gli attori appaiono narrando una storia. A volte questa storia può passare in secondo piano per dar spazio a qualcos’altro. Altre volte, invece, la storia scompare. E’ questo il caso del cinema antinarrativo.

Che cos’è il cinema antinarrativo?

Si pensa spesso che un film senza narrazione non possa esistere. D’altronde, la narrazione è un elemento portante nel cinema. Questo, però, non è sempre vero. Negli anni, infatti, alcuni registi si sono dilettati in un tipo di cinema che andava fuori dai classici schemi.

L’aggettivo antinarrativo è a volte utilizzato in sede critica per parlare di quelle opere che non seguono i dettami narrativi tipici per dare invece grande spazio, ad esempio, alla psicologia dei personaggi. In questo senso si intende anche un film che abbia un finale aperto.

Il termine antinarrativo nell’ambito cinematografico dovrebbe invece comprendere solo quelle opere che mettono in discussione le basi stesse della narrazione, ovvero l’esistenza coordinata e contestuale di eventi e personaggi. In questo tipo di cinema la narrazione non può più essere chiamata tale e tutto ciò appare sono immagini, e talvolta musica o rumori.

I periodi del cinema antinarrativo

Di film di questo tipo ce ne sono pochi, e la maggior parte di essi sono stati realizzati durante le due ondate di avanguardie che il cinema ha conosciuto, ovvero quella successiva alla Grande Guerra e quella degli anni 60’e 70’. Il cinema antinarrativo stesso è un’avanguardia.

Per comprendere meglio di cosa si sta parlando, occorre fare degli esempi di che cosa è stato il cinema antinarrativo e vedere invece che cosa è diventato oggi.

Astrattismo in movimento

Un chiaro caso di cinema antinarrativo sono le opere realizzate dopo la Grande Guerra di Viking Eggeling (Diagonale Symphonie, 1923, DE), di Hans Richter (Rhytmus 21, 1921, Filmstudie, 1926, DE), di Marcel Duchamp (Anémic Cinéma, 1925, FR), e di Walter Ruttmann (la serie Opus, 1921 – 1925, DE). Questi film sono esclusivamente costituiti da riprese di luci in movimento o di dischi ottici rotanti o di figure geometriche che nascono, spariscono, si rincorrono, viaggiano. Queste sperimentazioni sono molto vicine a quella che oggi possiamo chiamare arte astratta ed in effetti i loro autori erano per la maggior parte dei pittori.

Diagonale Symphonie – Viking Eggeling

Rhytmus 21 – Hans Richter

Opus – Walter Ruttman

Il cinema come poesia non narrativa

Un’altra sperimentazione di Walter Ruttmann è stata quella di provare a far avvicinare il cinema alla poesia non narrativa. Il suo film Berlino – Sinfonia di una grande città (1927, DE), infatti, è un insieme di riprese ritmicamente montate di frammenti urbani. Questo suo tentativo di dare vita ad un cinema “poetico” è stato poi ripreso in parte da Godfrey Reggio in Koyaanisqatsi (1982, USA): il film è un insieme di inquadrature sulla civiltà urbana con musica, in assenza però di dialoghi o voce narrante. In entrambi i casi, non c’è una storia, niente viene raccontato. Ci sono soltanto immagini, è solo spettacolo.

Berlino – Walter Ruttman

Koyaanisqatsi – Godfrey Reggio

Le avanguardie degli anni 60

Negli anni 60’ poi, nell’ambiente underground degli USA, è stata ripresa la corrente antinarrativa, questa volta però in modo ancor più particolare. L’obiettivo dei registi era sempre lo stesso: sottrarre al cinema la sua componente narrativa. L’intento far vedere al pubblico la realtà in modo diverso, e ciò produceva spesso effetti disturbanti proprio per il modo in cui la realtà stessa era filmata. Venivano rotti tutti gli usuali codici del linguaggio cinematografico.

I curiosi film di Andy Warhol

Importanti furono alcune realizzazioni del noto pittore della pop-art Andy Warhol. Utilizzando la tecnica del long-take, egli aveva realizzato alcuni film molto peculiari. Uno dei suoi primi film è Sleep (1963). Dura ben 5 ore e consiste in un’unica inquadratura ferma del suo amico John Giorno che dorme. Una semplice azione quotidiana ripresa in modo altrettanto semplice. Lo stesso accade nel suo film Eat, dello stesso anno, che riprende un uomo che mangia. Particolare anche il suo film Empire (1964) costituito da un’unica inquadratura immobile di 8 ore e 5 minuti in cui veniva mostrato un grattacielo di notte mentre le luci delle finestre si spengono progressivamente.

Film tutti molto lunghi senza dinamismo né, per l’appunto, narrazione. A prima vista, sembrano non avere un senso. Ma ce l’hanno, invece, e lo ha spiegato il regista stesso, che a differenza di altri, ha deciso di esporre il significato dei suoi film. “Trovo il montaggio troppo stancante […] lascio che la camera funzioni fino a che la pellicola finisce, così posso guardare le persone per come sono veramente.”

Empire – Andy Warhol

Altri tipi di film antinarrativi

Anche gli autori francesi Jean-Marie Straub e Da-Nièle Huillet si sono cimentati in alcuni film anti narrativi, come ad esempio Lezioni di storia (1972, DE), dove inquadrature che durano circa 10 minuti realizzate dal sedile posteriore di un’automobile che viaggia per le strade di Roma sono alternate a personaggi storici che recitano senza enfasi dei testi di Brecht. Questo film ha come obiettivo quello di far avvicinare il pubblico alla dimensione della storia.

Un altro film particolare è Blue (1993) realizzato da Derek Jarman, e consiste in un unico fotogramma blu oltremare e con una colonna sonora costituita da musica ed interventi dell’autore stesso e dei suoi collaboratori. In questo caso, il film è un testamento del regista che era diventato cieco a causa di una malattia che presto lo avrebbe portato alla morte. Con questo film voleva forse far provare agli altri quella che era la sua vita quotidiana. Un’opera simile era precedentemente stata realizzata da Ruttman nel 1930 con Wochenende: un film costituito dallo schermo scuro e di sottofondo i rumori della settimana lavorativa che finisce.

Blue – Derek Jarman

La strana magia del cinema antinarrativo

Nell’insieme si tratta di opere in cui il cinema si spinge all’estremo per poter esistere anche senza una narrazione. Il film continua ad essere tale, ma va però verso altri campi artistici, quali la pittura, la poesia, il saggio, o a volte sono semplicemente riprese della realtà cosi’ com’è per il regista, senza filtri.

Queste opere difficilmente vengono capite dal pubblico e i registi stessi sanno che saranno poco fruibili, perchè appunto non c’è alcuna narrazione. La magia del cinema antinarrativo sta proprio qui. Si provano emozioni spesso contrastanti di fronte a qualcosa che è apparentemente senza senso. Il nostro cervello, infatti, prova ad immaginare quasi automaticamente una storia dietro le immagini che si vedono, anche se essa non esiste. Sono film, però, che vengono apprezzati più in quanto eventi, provocazioni e reperti della storia dell’arte che come opere cinematografiche.

Oggi queste strade sono percorse da un settore della produzione artistica chiamato videoarte. Essa infatti tende ad ignorare i dettami del linguaggio audiovisivo e narrativo, puntando invece ad utilizzare gli strumenti di produzione dell’immagine in movimento come elementi concettualmente simili a quelli dell’arte pittorica. Ma non solo.

Qui un esempio di videoarte dell’artista Bill Viola

Il cinema antinarrativo è questo. Non racconta nulla, ma punta invece a riprese astratte, oppure tende a lanciare un messaggio. Non racconta, ma di certo comunica.

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