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Riusciamo a definire il silenzio? Fisicamente potremmo individuarlo in uno stato di quiete causato dalla cessazione di ogni suono o rumore. Ma non ci sarebbe nulla di più sbagliato. Personalmente lo paragonerei più ad un tumulto interiore oppure ad un indomito mucchio di emozioni; un groviglio dentro noi che alcuni poeti riescono a districare attraverso le frasi delle loro poesie ma che, per noi comuni mortali, spesso non ha ne capo ne coda.

E’ strano il silenzio! Urla più forte di qualunque vibrazione delle corde vocali, esprime tutto ciò che non si vuole dire e la pesantezza di concetti e sentimenti che non si riescono ad esternare. Un peso esorcizzato dalla muta leggerezza e dalla sua capacità di colmare lo spazio tra due persone. Sa esprimersi veramente bene il silenzio, sostiene interi discorsi, ma bisogna saperlo ascoltare! Perché se ci sono diversi modi di parlare, ci sono diversi modi di tacere.

tentativo di definizione…

Il silenzio non è solo strumento di introspezione, ma fulcro dell’ascolto, della comprensione dell’altro e della realtà stessa. Troppo spesso sottovalutato, questo è invece tanto importante da essere presente anche nella comunicazione scritta attraverso i segni d’interpunzione, nella musica grazie alle pause ed addirittura nell’arte palesandosi sotto forma di ammirazione di un quadro.

Nell’arco degli ultimi due secoli la figura del silenzio ha iniziato anche a far capolinea nel mondo della letteratura. Dagli ”interminati spazi e sovraumani silenzi” di Leopardi, si assiste ad una progressiva destrutturazione della ”non parola” che porterà, paradossalmente, ad una sua elevazione. Passando per la maestosa ”non chiederci la parola”  di Montale, si arriva poi a Beckett: il maestro assoluto che porta in scena (metaforicamente, ma anche fisicamente) un silenzio spoglio, e che a volte, come in ”Waiting for Godot”, si trasforma nell’attesa stessa di un silenzio.

… di cosa?

Silenzio: il sospiro, il trovarsi senza sapere di doversi cercare.

E’ la potente arma di chi ascolta. La forza di chi, prestando orecchio e scordando i pregiudizi, cerca di capire chi ha di fronte. Non di sentirlo, ma solo di capirlo! Il silenzio appartiene a chi osserva e sa che le parole se le porta via il vento…Quindi mettiti li in silenzio e ascolta, osserva, ignora ciò che potrebbe distrarti dalla vera essenza di una persona. Sorvola su ciò che viene detto di lei, su quello che viene sussurrato tra i corridoi o urlato in sua assenza. Ignora ciò che vuole dire ma brama ciò che nasconde dietro ai suoi silenzi: quei silenzi che non parlano d’ altro che di lei. Perché c’è chi ha fatto del silenzio un arte, chi si mostra e si racconta, in tutta la sua bellezza, senza aprire bocca.

… come?

Cosa si provi a parlare è qualcosa che ci chiediamo spesso, noi fedeli al culto del silenzio. Cosa si provi a vedere le emozioni andar via e scivolare dalla bocca. Non vi sentite sbriciolare? Non si affievolisce cosa provate dentro? Non avete paura di perdere frammenti di emozioni lasciandola evadere dalla bocca? Sinceramente io affogo in questa paura: nel dover disintegrare l’intensità di ciò che provo solo per rendere possibile una sua trasmissione verbale.

Per questo, noi taciturni, ci ritroviamo spesso a comunicare non comunicando, a guardare e dire tutto seppur con le labbra immobili. E a volte, se siamo fortunati, c’è chi ascolta. Ogni silenzio diventa loquace e viene ripetuto. Ci si scambiano sguardi che le parole non saprebbero spiegare, ma che spiegano i silenzi. E dopo quella complicità fiorisce sempre un sorriso sul viso, e anche gli altri tacciono, il mondo intero tace; smette di ruotare e si gode quei silenzi.

Vari autori hanno tentato di spiegare questa intensità: il silenzio e la sua essenza. Qualcuno, più di altri, ci é perfino quasi riuscito ma come posso io avvicinarmi ad un obiettivo così arduo?! Devo confessarti che non ho neanche intenzione di provarci; sono impotente e mi arrendo davanti al silenzio. Anche se dovessi scegliere le più adatte, non basterebbero mai le mie ottocento novanta tre parole per descriverlo e neppure quarantuno mila sarebbero abbastanza. Perché, fondamentalmente, neanche tutte le parole del mondo valgono un silenzio.

… é possibile?

Come si può spiegare il silenzio che ondeggia tra i tuoi respiri? Come si può tentare di riprodurre l’intensità del silenzio tra i singhiozzi di un pianto? La quiete della solitudine, che ti mangia dentro piano piano ma che ti sazia di ciò che davvero è necessario. Come descrivere il voler dire soltanto il silenzio, il voler parlare soltanto da muti? Il far passare per osmosi tutto ciò che si sente.

Impossibile tradurre in parole la quiete che accompagna un abbraccio e quella sensazione di voler dire tutto solo attraverso il calore del corpo. Come te la spiego quella confusione silenziosa che segue un bacio: un’esplosione dentro ma una melodia di sospiri fuori! Come te lo spiego il suono del silenzio? Andrebbe imbottigliato e studiato; diffuso a tutti come medicina per lo stress della vita. Andrebbe somministrato a chi fa delle parole un vanto ma le usa solo per distribuire odio.

E tu, qual è l’ultima volta che ti sei perso in un silenzio? Quando, guardando gli occhi di una persona, hai capito cosa avvertiva e cosa urlava silenziosamente? Hai passato mai minuti silenti vicino a qualcuno riuscendo a sentire un concerto di emozioni? Ce la fai a godere del nulla in una società colma di superfluo? Sai stare in silenzio?

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