Condividilo:

La Divina Commedia di Dante Alighieri è considerata uno dei capolavori della letteratura mondiale: dal Trecento fino ad oggi, essa è stata letta e commentata innumerevoli volte, ed è stata anche ripresa e rielaborata in diverse versioni, persino, nei tempi più recenti, attraverso i fumetti, i videogiochi, il cinema. In particolare, in Italia è stata sottoposta a diverse traduzioni dialettali, talvolta fedeli, talvolta parodiche, di livello certamente più basso dell’opera originale, ma sicuramente di alto interesse letterario e soprattutto linguistico.

I capostipiti

Per il primo travestimento dell’opera dantesca si deve aspettare il Seicento, quando il messinese Paolo Principato, dell’ordine di san Francesco da Paola, la volse in siciliano.

Solo due secoli dopo, tra il 1804 e il 1805, il milanese Carlo Porta si impegnò nel ridurre in vernacolo milanese i primi cinque canti dell’Inferno, di cui solo il primo integrale: prese a esempio Domenico Balestrieri, traduttore della Gerusalemme Liberata.

Le traduzioni complete più antiche

Dall’opera del Porta comparvero innumerevoli versioni dialettali del capolavoro dantesco, ma veramente poche erano integrali: la maggioranza si limitava a una manciata di canti, alcune arrivavano a una sola cantica (quella dell’Inferno in particolare). Quella di Giuseppe Cappelli del 1875 fu la prima a includere tutte e tre le cantiche in veneto e cominciava:

A meza strada dela vita umana

Me son trovà drento una selva scura,

Chè persa mi g’avea la tramontana.

Lo scopo dichiarato dell’autore era quello di rendere popolare, per quanto nelle sue possibilità, “un’opera astrusa[…] e dai pochi studiosi soltanto compresa”. Luigi de Giorgi riprese questa traduzione rielaborandola e rendendola più fluida

Questa traduzione venne ripresa e rielaborata, rendendola più fluida, da  nel 1929.

Anni dopo Salvatore Scervini si impegnò in una nuova versione integrale in calabrese, scritta tra il 1889 e 1892 e infarcita di patriottismo e idee risorgimentali.

Nel 1909 Angelico Federico Gazzo pubblicò la sua traduzione in genovese, nella quale eliminò i vocaboli arcaici o desueti, rendendo  lettura più agevole e comprensibile.

Una delle traduzioni integrali più interessanti è certamente quella di Giuseppe Blasi in calabrese, composta tra 1934 e 1938: nei suoi versi infatti identificava esplicitamente il veltro dantesco con Mussolini, fatto dovuto a un’iniziale pubblicazione sulla rivista Regime Fascista. Lo scopo, oltretutto, era quello di permettere anche ai meno acculturati di entrare in contatto con i profondi valori morali dell’opera dantesca. La traduzione della profezia del veltro recita:

Chiju no è propetariu e nno ccascèri:
voli sapenza, carità e ffortizza
ch’è di l’arrazza di li passeggièri.

Sarva a ll’Italia pe la cu’ sarvizza
e Turnu e Nisu e Eurialu a la morti
jiru e Camilla, hjuri di bejizza.

Iju a ssa lupa la currija forti
e ti la cogghji und’era: nta lu Mpernu,
ca fu la mbidia chi nci apriu li porti.

A inizio degli anni Settanta Gaetano Savelli pubblicò la traduzione in barese intitolata Chemmedie de Dante veldat’a la barese, a cui l’autore aveva lavorato per molti anni della sua vita.

Le traduzioni complete negli anni Duemila

Anche negli ultimi vent’anni, nonostante il progressivo abbandono del dialetto, svariati autori hanno deciso di dedicarsi a tradurre l’opera dantesca nelle parlate locali: Paolo Monni di Dorgali, ad esempio, ne compose una in sardo, recitata nel 2011 dall’attore Giuseppe Carroni.

Paolo Elia Sala ha pubblicato la versione in comasco, sfruttando un dialetto ricco, efficace e in grado di ricreare l’atmosfera dantesca, seguendo il flusso del suo linguaggio e non tradendone mai lo spirito. Riesce inoltre a fare emergere vivacità ed efficacia dell’espressione dialettale in alcuni punti difficili dell’originale.

Ultima fatica in questo senso è quella di Paolo Pilone, che ha volto il poema dantesco in dialetto di Malesco, comune del Piemonte.

Condividilo:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.