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La maschera di Dracula stava appoggiata in vetrina, in mezzo a Zorro, l’uomo ragno, un faraone, Arlecchino e altre.

Di certo non era la più bella, ma la più spaventosa, sì. Aveva un cappello nero in testa, neri ciuffi di capelli, il colore della pelle verdognolo. Dalle vuote orbite scendevano gocce di sangue. E sangue, ancora più abbondante, veniva fuori dalla bocca, anzi pareva che uscisse dai due lunghi canini in rilievo sulle labbra quasi viola. Nell’insieme sembrava più un mostro, una specie di Hulk, per quel colore verde, che un vero e proprio Dracula. Ma l’etichetta diceva Dracula. E così fu per me, da quando vidi la maschera per la prima volta.

Il negozio era vicino casa. Una grande stanza dove, oltre ai giocattoli, vendevano un po’ di tutto per la casa: quello che poteva servire per gli imprevisti, ad esempio, senza dover andare in centro. Una lampadina, del nastro adesivo, dei chiodi, del filo di ferro.

Mi aveva colpito subito la maschera, in mezzo alle altre. Non ne avevo mai viste così. Non amavo molto il carnevale, ma quella maschera volevo averla, a tutti i costi. Era la più costosa di tutte, naturalmente. Anche perché copriva tutta la faccia, non soltanto una parte, come le altre. Bisognava infilarsela del tutto e non era facile. Richiedeva tempo e attenzione, me ne accorsi quando andai da solo al negozio e chiesi di provarla. Il proprietario, amico di mio padre, me la diede e mi aiutò a infilarla in testa.

Mi guardai allo specchio attraverso i due buchi degli occhi. Mi sentivo benissimo con quella maschera addosso, mi sembrava di essere perfetto.

maschera di dracula

Me la tolsi, la ridiedi al proprietario del negozio, ringraziai e uscii. Non avevo i soldi per comprarla e sapevo che non me li avrebbero dati a casa. Infatti, quando chiesi, la risposta fu negativa. Papà mi disse che costava troppo e potevo benissimo sceglierne un’altra più economica. Oltretutto era proprio brutta, secondo lui. Possibile che la preferissi a quella di Zorro o altre che piacevano tanto agli altri bambini, compresi i miei amici? Ma io non cambiavo idea, m’ero messo in testa la maschera di Dracula. Più mio papà cercava di convincermi, più io volevo quella. Solo quella.

Non conoscevo bene la storia di Dracula. Sapevo solo che era una specie di vampiro. Uno di quelli che anche se sono morti, non lo sono davvero, ma tornano di notte a succhiare il sangue delle loro vittime. La storia mi spaventava e attirava nello stesso tempo. Mi immaginavo, qualche volta, di vedermelo capitare in camera da chissà dove, Dracula o il vampiro.

Ma a quel tempo dormivo nella stanza con Sara, mia sorella, e pensavo che avrei potuto svegliarla e chiedere aiuto a lei, in caso di pericolo. Certo era più l’attrazione della paura, per Dracula e la sua maschera.

Passavano i giorni del carnevale e si avvicinava il martedì grasso. Per le vie del centro, chiuse al traffico, ci sarebbe stata la sfilata dei carri che i volontari della pro loco, come ogni anno, stavano preparando già da settimane. Ma quella sfilata non mi interessava. Avevo in mente di vestirmi da Dracula e andare per le vie del quartiere a spaventare i miei amici.

Finita la scuola, passavo, tornando a casa, davanti alla vetrina del negozio. La maschera era sempre lì, mi guardava dalle orbite vuote e mi sembrava ogni giorno più spaventosa. Alcune altre maschere erano state comprate, così la vetrina si andava un po’ alla volta svuotando. I vuoti intorno le davano adesso ancora più risalto.

Ma papà sembrava aver chiuso ogni discorso. Faceva i turni di notte, poi di pomeriggio andava a dormire e io cercavo di non disturbarlo. Non gli avevo più chiesto della maschera e mi stavo rassegnando a festeggiare l’ultimo di carnevale con un altro costume. Anzi, senza la maschera che tanto desideravo, non l’avrei festeggiato affatto, oppure sarei andato a vedere i carri che sfilavano vestito normalmente, da piccolo idiota, come mi vestivo tutti gli altri giorni dell’anno.

Arrivò martedì grasso, l’ultimo di carnevale. A scuola avevamo fatto un po’ di festa, anche la maestra si era vestita in maschera. Io ero rimasto con il mio grembiule nero e il colletto bianco, impassibile. Nel pomeriggio ci sarebbe stata la sfilata dei carri, in centro.

Tornando a casa, avevo sperato fino all’ultimo nel miracolo: trovare la maschera di Dracula da qualche parte, magari in camera o sul tavolo della sala. Invece non c’era niente, papà  non aveva cambiato idea e non si era impietosito.

Rimasi a casa tutto il pomeriggio, nonostante mia sorella insistesse che andassi con lei a vedere i carri in centro. Anche gli altri erano usciti: mio fratello con i suoi amici, le altre mie due sorelle ad una festa di carnevale. I miei genitori erano andati a fare la spesa fuori.

Così, passando da una stanza all’altra, guardavo l’orologio e speravo che tutto finisse in fretta. Nello stesso tempo, mi immaginavo come sarebbe andata se avessi avuto la maschera di Dracula. Mi sarei vestito di nero, con cura, dalla testa ai piedi, sarei uscito per spaventare i miei amici e tutti quelli che avessi incontrato per la strada. Si stava consumando così, nel peggiore dei modi e come non avrei mai immaginato, l’ultimo di carnevale. Alla fine decisi di uscire lo stesso, di fare almeno un giro per le vie del quartiere, per vedere se incontravo qualcuno. Uscii senza maschera né costume.

Da lontano, arrivavano i rumori della festa del centro che, vista l’ora (saranno state le sei), doveva essere quasi finita. Le strade vicino casa, deserte.

In giro, nessuno degli amici. Tutti andati in centro, pensai.

Cominciava a fare freddo e scuro. Ero già passato due tre volte per le solite strade e decisi di tornare a casa. Era andata così, ormai non ci pensavo quasi più. Sarebbe andata meglio un’altra volta. Presi la via di casa, quando sentii un rumore alla mia destra. Una specie di fruscio, ma non ci feci caso. Continuai a camminare, guardando il tratto di strada che mi restava fino al cancello di casa, a non più di 40-50 metri da dove ero io.

Il fruscio si fece più forte e più vicino a me, poi scomparve. Non si sentiva più niente, nessun rumore. Stavo per entrare nel viottolo di casa. All’improvviso, dal buio, venne fuori una figura alta e robusta, con un vestito tutto nero, che mi si parò davanti. Ebbi un sussulto. Guardai più in alto della mia testa: Dracula!

La maschera di Dracula era sopra un colletto bianco, insanguinato, e una giacca lunga e dritta. Le braccia erano alzate e la bocca spalancata.

Non riuscii a dir nulla, nemmeno una parola. Scappai tornando indietro, iniziai a correre come un matto, fino a non poterne più. Mi voltai indietro, l’avevo seminato. O forse non mi aveva nemmeno inseguito.

Mi nascosi dietro un albero che conoscevo bene, vicino al torrente. Era ormai buio e sentivo freddo. Restai lì per un po’, non so quanto, ma di sicuro abbastanza, perché sentivo che molti rientravano a casa dalla sfilata dei carri. Non mi fidavo ancora a tornare a casa e aspettai che ci fosse di nuovo silenzio.

Alla fine, mi decisi, soprattutto per il freddo e perché a quell’ora mi stavano sicuramente cercando, a casa.

Tornai pian piano, fingendo di aver perso tempo in giro con gli amici, ma ero ancora turbato. Pensavo al Dracula che mi si era parato davanti non più di mezz’ora prima: non me l’ero certo sognato. Aveva indosso proprio la maschera che tanto avevo voluto, inutilmente. Sapevo e so chi era stato a farmi quello scherzo, anche se lui ha sempre negato e negherebbe anche adesso, se glielo chiedessi.

Franco, il bambino diabolico, che aveva un anno più di me. Quello senza padre, che si vestiva sempre di nero, che ascoltava musica strana e si divertiva a fare disegni spaventosi e a terrorizzare gli altri bambini, soprattutto quelli più piccoli.

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